Data la ‘densità’ di questa poesia pascoliana, la rilevanza del commento e il modo alla ‘robinson’ con cui fu introdotto la prima volta, lo riproponiamo più ordinato in pdf.
Il giorno fu pieno di lampi; ma ora verranno le stelle, le tacite stelle. Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle. Le tremule foglie dei pioppi trascorre una gioia leggiera. Nel giorno, che lampi! che scoppi! Che pace, la sera! Si devono aprire le stelle nel cielo sì tenero e vivo. Là, presso le allegre ranelle, singhiozza monotono un rivo. Di tutto quel cupo tumulto, di tutta quell’aspra bufera, non resta che un dolce singulto nell’umida sera. E’, quella infinita tempesta, finita in un rivo canoro. Dei fulmini fragili restano cirri di porpora e d’oro. O stanco dolore, riposa! La nube nel giorno più nera fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera. Che voli di rondini intorno! Che gridi nell’aria serena! La fame del povero giorno prolunga la garrula cena. La parte, sì piccola, i nidi nel giorno non l’ebbero intera. Nè io … che voli, che gridi, mia limpida sera! Don … Don … E mi dicono, Dormi! mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi! là, voci di tenebra azzurra … Mi sembrano canti di culla, che fanno ch’io torni com’era … sentivo mia madre … poi nulla … sul far della sera.
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L’anno 1900 1 si aprì a Gennaio con uno screzio tra Pascoli e D’Annunzio. Quest’ultimo aveva da poco terminato di scrivere “Il Fuoco” (dopo mesi di indefesso lavoro ) e aveva ricevuto pubbliche lodi dal Pascoli. Si era cimentato successivamente nel commento all’ VIII canto dell’ Inferno, ma stavolta Pascoli aveva scritto di lui all’amico Gargano che “ a proposito di Filippo Argenti ripeteva le solite stupidaggini, dimostrando di non aver neppure letto quello che lui aveva scritto nel “Convito” e concludeva acido : ” O che le sue frasche gli sembrano più vistose del pensiero di Dante?”. Una lettera di un certo Angiolino Orvieto sulla Caccia, comparsa sul Marzocco, completò l’opera; fu fraintesa da Pascoli, che reagì in maniera piccata (e con maligne allusioni verso il Vate abruzzese). D’Annunzio replicò con una lettera, “insolente e triviale”, accusando il poeta romagnolo di essere “ una donnetta inacidita e pettegola … con il gusto di rimanere su la ciambella, di centellinare il fiasco e di curare la stitichezza del suo cagnolino ”. 2
Le Donne Di Casa Pascoli
L’anno proseguì a Marzo con la sesta medaglia d’oro conquistata dal poeta romagnolo al Premio Amsterdam, la composizione dell’Inno alla Sicilia, la stampa a Giugno del voluminoso “Sotto il velame” seguita da notevole successo di vendite e di critica. A fine Luglio il suo cuore fu ferito dall’uccisione di Re Umberto e compose “Al re Umberto” ( Nel Mondo di grande c’è il Male! ); ad Agosto ebbe qualche incomprensione con l’Autorità ecclesiastica, poi trascorse le ferie a Castelvecchio, ebbe le visite dei numerosi amici ed estimatori; questo periodo fu caratterizzato dal disappunto per quanto andava male il matrimonio della sorella Ida (Du, Dudin), ma anche dalla vita scherzosa e dall’ingenua allegria dei contadini. Ad Ottobre finalmente si tirano le somme; Zvanì scrive all’amico Caselli :” Sono pieno di tribolazioni! Ne ho guasti i sogni, caro amico! Mi sfogherò scrivendo oggi La mia sera , un innetto molto melanconico ”
Ecco ricostruito l’antefatto della composizione di questa poesia, scelta da me perché presenta tanti aspetti costruttivi e molti temi della poesia di Pascoli.
L’innetto, divulgato per la prima volta per le nozze di Margherita, figlia del conte G. Codronchi Angeli, fu pubblicato su “ Il Marzocco” a fine 1900 e inserito nei “Canti di Castelvecchio” nel 1903, consta di cinque strofe (le prime tre generalmente definite come “descrittive”, in realtà cariche di significati reconditi e di simboli, le seconde due “personali” di otto versi ciascuna (sette novenari e l’ultimo senario), chiusi sempre dal termine “sera”, con rima alternata ABABCDCD; vi sono richiamati fenomeni aerei (tempesta, bufera, umidità, lampi, scoppi, fulmini, nube, cirri) e terrestri (campi, rivo), animali (rondini, nidi, ranelle), piante (pioppi), suoni (singulto, canti di culla, gre gre); c’è una vera e propria ridondanza di aggettivi tra loro contrastanti/dissonanti (tacite, breve, tremule, leggiera, tenero, vivo, allegre, monotono, cupo, aspra, dolce, umida, infinita, canoro, fragili, stanco, nera, rosa, ultima, serena, garrula, limpida, azzurra) ed una straordinaria abbondanza di figure retoriche: allegoria (sera – generale), antitesi (finita-infinita), onomatopee (gre gre, don..don..), ossimori (dolce singulto, tenebra azzurra), sineddoche/metonimia (nidi per rondinotti), assonanza (cupo tumulto), climax (cantano, sussurrano, bisbigliano), allitterazione (cirri di porpora e d’oro), sinestesia (fulmini fragili), analogie (suono campane, voci, ninna nanna).

L'orto Di Giovanni Pascoli
La prima strofa serve a contestualizzare il tema; i lampi squarciano il buio, aiutano a far luce, 3 rischiarano per un brevissimo arco di tempo (fulmini fragili 4) il mondo vero, quello nascosto ”sotto il velame”, quello che si cela dietro a ciò che noi, come i prigionieri della caverna di Platone, confondendoci, chiamiamo realtà; fanno affiorare l’inconscio, ossia qualcosa che non si può affrontare con la sola Ragione. Alla fine però arrivano comunque le stelle. Esse rappresentano l’eternità, la luce più duratura, le più alte aspirazioni umane, tracciano la nostra via, ci guidano verso una meta.
L’atmosfera è ferma, rotta soltanto dal gracidare delle rane; un suono gioioso 6, legato al cessato pericolo e alla speranza che non si ripresenti la bufera, accompagnato dal singhiozzo “dolce” del rivo … che fa pendant con la “gioia leggiera” delle “tremule foglie dei pioppi”. 7 Evidentemente la Natura si comporta come una persona che è stata male, ha pianto e singhiozzato a lungo e a poco a poco, per quanto ancora molto scossa (tremule/tremore), si calma e si rasserena.

Nella strofa successiva protagonista è il cielo, che qui simboleggia la vita stessa del Poeta e della sua famiglia; è tenero e vivo (questa non è certo una descrizione naturalistica!) perché provato dalle disgrazie e da un dolore infinito, continuo, mai sopito, da una ferita mai rimarginata e rimarginabile. In questo cielo devono necessariamente comparire le stelle: deve esserci una svolta. Pascoli scriveva un anno dopo all’amico Alfredo Caselli: “ Caro amico del mio tramonto ! Ma il tramonto sarà, spero, luminoso più di un’alba. Leggi La mia sera .” 8
Giovanni Pascoli: Vita E Poesie
La parola SERA chiude ogni strofa, accompagnato sempre da un’aggettivazione diversa. E’ umida: evidentemente un richiamo al pianto, al dolore che resta nell’aria dopo la bufera, all’ elaborazione mai compiuta di troppi lutti. E’ limpida: il Poeta vede finalmente come stanno le cose, come va il mondo, che cos’è ciò che lo attende; la vita è questa, il tempo prosegue la sua corsa, mentre continua –nonostante tutto – a pulsare la vita, almeno quella degli altri. E’ ultima: 9 coincide con la “compieta”, l’ultimo momento di preghiera della giornata, anche nei collegi degli Scolopi, l’ora che viene dopo il vespro e che comincia con il saluto iniziale “O Dio vieni a salvarmi”. E’ il momento della riflessione, della meditazione, dell’esame di coscienza per prepararsi … 10 alla “fatal quiete” di foscoliana memoria?

Nelle tre strofe successive ritornano le rondini e il nido, un universo caro al Poeta, un mondo gremito di voci e di “stridi”, dove il nido – distrutto e da lui ricostruito con Ida e Mariù – rappresenta una sorta di “paradiso perduto”, di struttura sociale ottimale, all’interno della quale normalmente tutto dovrebbe girare attorno alla figura paterna. La tempesta finisce per placarsi e per essere richiamata dall’eco di un rivo monotono e canoro: una sorta di rumore di fondo ormai stabile, che continuamente ricorda ciò che è accaduto. Nel cielo rotto dai fulmini e ora terso si sono formati cirri di porpora e d’oro. Immagini di un tramonto stupendo, dai colori smaglianti 11 . O piuttosto il poeta adombra un’immagine di Ida? In effetti per cirri si intendono non sole le nubi bianche, ma anche i riccioli dei capelli e quelli di Ida erano inanellati e biondi. La nube più nera sta cambiando colore, sta diventando rosea: un po’ di ottimismo; o una situazione meno assillante proprio per Ida? 12
I nidi ossia tutte le famiglie – afferma il Poeta – anche se poco, hanno avuto qualcosa, così i rondinotti/figli chiassosi e spensierati possono partecipare alla cena modesta con vivacità. Io no. In effetti Pascoli si lamentò a lungo, per tutta la vita, di non avere ottenuto ciò che a suo giudizio gli spettava (cfr. Maria Pascoli cit.). Che voli che gridi fa venire in mente che speranze che cori di Leopardi, richiama alla mente un’immagine andata di tempi comunque meno tristi. Il suono delle campane del Vespro interrompe questa rappresentazione un po’ più limpida (azzurra, serena) e lo richiama a pensieri più elevati. In realtà lo precipita nel grembo materno; questi ultimi versi ripropongono la figura martellante, assillante della madre e, per così dire, della tragica incancellabile foto di gruppo 13. Lo stesso suono delle campane è cupo (don..don..) e per nulla suadente (dormi …dormi…) come dovrebbe essere; lascia pensare alla morte. 14

Myricae Di Giovanni Pascoli ( )
La mia sera è una lirica delle meno conosciute di Pascoli, solo apparentemente descrittiva e armoniosa, ricca di alcuni simboli già noti (cfr. Barberi Squarotti : i
La parola SERA chiude ogni strofa, accompagnato sempre da un’aggettivazione diversa. E’ umida: evidentemente un richiamo al pianto, al dolore che resta nell’aria dopo la bufera, all’ elaborazione mai compiuta di troppi lutti. E’ limpida: il Poeta vede finalmente come stanno le cose, come va il mondo, che cos’è ciò che lo attende; la vita è questa, il tempo prosegue la sua corsa, mentre continua –nonostante tutto – a pulsare la vita, almeno quella degli altri. E’ ultima: 9 coincide con la “compieta”, l’ultimo momento di preghiera della giornata, anche nei collegi degli Scolopi, l’ora che viene dopo il vespro e che comincia con il saluto iniziale “O Dio vieni a salvarmi”. E’ il momento della riflessione, della meditazione, dell’esame di coscienza per prepararsi … 10 alla “fatal quiete” di foscoliana memoria?

Nelle tre strofe successive ritornano le rondini e il nido, un universo caro al Poeta, un mondo gremito di voci e di “stridi”, dove il nido – distrutto e da lui ricostruito con Ida e Mariù – rappresenta una sorta di “paradiso perduto”, di struttura sociale ottimale, all’interno della quale normalmente tutto dovrebbe girare attorno alla figura paterna. La tempesta finisce per placarsi e per essere richiamata dall’eco di un rivo monotono e canoro: una sorta di rumore di fondo ormai stabile, che continuamente ricorda ciò che è accaduto. Nel cielo rotto dai fulmini e ora terso si sono formati cirri di porpora e d’oro. Immagini di un tramonto stupendo, dai colori smaglianti 11 . O piuttosto il poeta adombra un’immagine di Ida? In effetti per cirri si intendono non sole le nubi bianche, ma anche i riccioli dei capelli e quelli di Ida erano inanellati e biondi. La nube più nera sta cambiando colore, sta diventando rosea: un po’ di ottimismo; o una situazione meno assillante proprio per Ida? 12
I nidi ossia tutte le famiglie – afferma il Poeta – anche se poco, hanno avuto qualcosa, così i rondinotti/figli chiassosi e spensierati possono partecipare alla cena modesta con vivacità. Io no. In effetti Pascoli si lamentò a lungo, per tutta la vita, di non avere ottenuto ciò che a suo giudizio gli spettava (cfr. Maria Pascoli cit.). Che voli che gridi fa venire in mente che speranze che cori di Leopardi, richiama alla mente un’immagine andata di tempi comunque meno tristi. Il suono delle campane del Vespro interrompe questa rappresentazione un po’ più limpida (azzurra, serena) e lo richiama a pensieri più elevati. In realtà lo precipita nel grembo materno; questi ultimi versi ripropongono la figura martellante, assillante della madre e, per così dire, della tragica incancellabile foto di gruppo 13. Lo stesso suono delle campane è cupo (don..don..) e per nulla suadente (dormi …dormi…) come dovrebbe essere; lascia pensare alla morte. 14

Myricae Di Giovanni Pascoli ( )
La mia sera è una lirica delle meno conosciute di Pascoli, solo apparentemente descrittiva e armoniosa, ricca di alcuni simboli già noti (cfr. Barberi Squarotti : i

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